

Questa è una triste storia. Una storia che sembra inventata, ma forse non lo è. Ce l'ha narrata un grande scrittore del passato, un grande poeta, Ugo Foscolo. In molti hanno cercato di confondere le acque, di nascondere come è realmente accaduta. Ma noi squarciamo il velo: questa è la vera storia, il manoscritto originale delle “Ultime Lettere di Walter Veltroni”.
Walter Veltroni, il cui nome è nelle liste di proscrizione della repubblica berlusconiana, essendo egli un ex comunista (certo, pentito, ma non vale), dopo aver assistito al sacrificio della sua amata patria, l’Alitalia, si ritira, triste e inconsolabile nel Loft. Lì vive in solitudine, scrivendo al suo amico Mister X di Comicomix, trattenendosi a volte con il curato Rutelli, passato al clero dopo una vita dissolutamente radicale, con il medico D’Alema, curatore fallimentare di Partiti e di Governi, e con altre brave persone (Parisi, Franceschini, Bersani) leggendo ad essi e ai pochi elettori rimasti che gironzolano intorno a lui “Come persi le elezioni”. Walter conosce il signor B., suo figlio Silvio, Presidente del Consiglio, Gianni Letta, che è il suo promesso sposo, e poi anche il fratellino editore Paolo, e ne comincia a frequentare la casa,
Questa triste storia ci è tornata in mente nel corso di un colloquio con una carissima amica, al quale lo dedichiamo con tanto tanto affetto e simpatia. Per lei e per tutti coloro che passano da queste parti:

Quanto è bello il capitalismo! Un sistema perfetto, che regala la felicità ed il benessere a tutti. C’è la fastidiosa complicazione di quel miliardo di persone circa che soffre la fame, ma è un piccolo sciocco dettaglio. C’è il crescente inquinamento e l’uso a volte un po’ dissennato delle risorse naturali, ma è una quisquilia senza importanza. Insomma, ammettiamolo: il capitalismo è quanto di meglio si possa desiderare. Soprattutto da quando, a partire dagli anni 80, ci si è accorti che per essere ricchi e felici basta buttare al mare lo Stato, togliere i risparmi faticosamente accumulati in 50 anni di lavoro, metterli in mano ad un broker finanziario e lasciar fare a lui, mentre si dormono sonni tranquilli. Come d’incanto, nel giro di poco tempo, i risparmi raddoppieranno, triplicheranno, e anche più. Altro che quel dilettante di Gesù di Nazareth, con i suoi miseri pani e pesci! Viva i broker, viva la finanza, viva Wall Street. Viva il capitalismo e i suoi profeti! Quelli che spiegavano che basta lasciar fare agli animal spirits, al mercato, alla concorrenza, e tutto si aggiusta da solo. Via regole, via lacci, via lacciuoli. Un calcio nel didietro a quelle cassandre patetiche dei pensatori liberali che ricordavano che servono sempre regole chiare e un’autorità che le fa rispettare. Un bel vaffa a quelle stupide donnicciole socialdemocratiche degli economisti keynesiani, che pensano che senza l’intervento dello stato in certi settori il mercato combini dei guai. Al rogo, a morte, quei terroristi menagrami dei politici di sinistra, specie quelli italiani, che puzzano tutti di comunismo da lontano un miglio! Grazie ai profeti dell’ultraliberismo spinto, i Reagan, i Bush, avete visto che crescita record, che sviluppo? E’ facile: basta fare in modo che il denaro non costi nulla, e che tutte le banche lo prestino, senza preoccuparsi se verrà restituito. Chi se ne importa: c’è il mercato, no? Basta impacchettare tutto in una bella cartolarizzazione, emettere un titolo, darlo a un broker che - libero e bello come un dio greco - lo venderà, magari a credito, a qualche risparmiatore in cerca di un rapido guadagno. E via così, senza freni, senza regole, senza controlli, senza lacci e lacciuoli. Fai debiti, che paghi facendo altri debiti, tanto l’economia tira, la nave va, come diceva quel saggio e onesto politico italiano. E vedrai che tutto andrà per il meglio. Ma in questo mondo perfetto un giorno qualcuno, certamente seguace del marxismo leninismo, in qualche landa sperduta dell’America profonda, decise di fallire. Che insolvente, senza il minimo senso del mercato! E se l’insolvente non mi ridà i soldi, resto senza soldi anch’io. E divento pure io un insolvente. Il virus dell’insolvenza è tremendo. Gira che ti rigira, diventano tutti insolventi. Prima le piccole formichine. E chi se ne importa, è solo una piccola crisi passeggera. Disse Bush, il profeta: “Continuate ad investire in questa montagna di carta, mettete fiumi e fiumi di denaro a comprare altro denaro, carta che compra carta. Vedrete, che il mercato tutto aggiusterà”. Ma quando a fallire sono le grandi banche, e il panico si diffonde, la musica cambia. E allora i paladini del mercato, del capitalismo selvaggio e senza regole, si accorgono che lo Stato non fa così schifo e quella puzza che si chiama intervento pubblico, a pensarci bene è un buon profumo. Ed ecco la bella pensata: un fondo dello Stato che compra tutta quella montagna di debiti spazzatura, di carta fatta di niente, che ha arricchito per anni broker, assicurazioni, capitalisti liberisti economisti linotipisti ma certamente non i poveri cristi. Lo Stato invece paga, con soldi veri. Mille miliardi di dollari, sembra una favola, come cappuccetto rosso. Ma chi se ne importa, i broker sorridono felici, come il ragazzaccio che l’ha fatta grossa ma sa che il suo buon papà lo ha perdonato. Il conto salato di un debito pubblico grande come mezzo universo che verrà scaricato sui poveri cristi americani, che un po’ se lo terranno e la gran parte lo regaleranno ai poveri cristi europei, che ne regaleranno gran parte ai poveri cristi cinesi e brasiliani e russi, che ne daranno la gran parte ai poveri cristi che muoiono di fame, che se lo terranno loro, che ben gli sta così imparano a non lodare il capitalismo anche loro. Se questa fosse una favola, adesso arriverebbe un principe, un cacciatore, che se la prenderebbe con i draghi, i lupi, i cattivi: i broker, i profeti del capitalismo selvaggio, Bush e tutti i suoi amici. E che salverebbe i buoni: tutti noi poveri cristi e quei poveri cristi più poveri cristi di noi. Ma questa non è una favola. Cari poveri cristi, anche stavolta, grazie al capitalismo selvaggio e senza regole, gli animal spirits lo metteranno nel didietro proprio a voi!
Buon tutto!


Come passa il tempo! Sembra ieri, quando parlavamo delle grandi doti di Silvio Berlusconi come uomo di governo. Purtroppo, anche lui, nonostante le sue incredibili capacità, non può tutto. Ogni tanto invidiosi e cattivi gli mettono i bastoni tra le ruote. E così, la vicenda dell’Alitalia, proprio quando sembrava arrivata al lieto fine, ha subito uno stop, forse definitivo. Il presidente della CAI, la cordata di imprenditori coraggiosi che con sprezzo del pericolo e grande faccia tosta si erano fatti regalare Alitalia scaricandone i costi sul contribuente italiano in cambio di qualche favore più o meno confessabile, ha gettato la spugna. Niente da fare. E dire che Berlusconi e i suoi avevano varato un piano davvero geniale, dividendo Alitalia in due società: una, riservata alla cordata di amici e amici degli amici, con tutto il “buono” residuo, mentre la gestione degli esuberi e tutti i debiti accumulati dai grandi manager sarebbero finiti allo Stato, facendo pagare il salato conto di oltre 1 miliardo di debiti agli entusiasti contribuenti. Un brutto colpo per Berlusconi. E siccome i brutti colpi non vengono mai da soli, nel corso di uno dei frenetici incontri per risolvere la faccenda il nostro Silvio ha rimediato anche un pestone sul piede sinistro (e ti pareva), proprio dove un callo particolarmente fastidioso lo tormenta da anni, più o meno da quando, nel 1994, scese in campo. Berlusconi si lamentava ululando dal dolore, e nessuno sapeva se fosse per il brutto colpo o per la brutta figura. Tutti i suoi uomini hanno fatto quadrato: bisognava trovare un colpevole. Qualcuno ha suggerito che fosse chi aveva responsabilità di governo quando, tra il 2001 e il 2006, un manipolo di supermanager pagati milioni di euro disintegrarono quel poco che restava di quella che un tempo fu una compagnia aerea. Ma non è sembrata una buona idea. Qualcun altro se l’è presa con i sindacati, ma alcuni hanno fatto notare che quando, 3 mesi fa, i Sindacati fecero naufragare l’offerta dei francesi di Air France (decisamente più vantaggiosa di quella montata dalla CAI) tutto il centrodestra si fregava le mani dalla gioia. Qualcuno ha detto che era colpa di Prodi, ma quando sono stati visti Fede e Bonaiuti ridere davanti a quest’affermazione, si è capito che non era il caso. Qualcun altro, forse arrivando più vicino alla verità, ha suggerito che il colpevole fosse Marx. In molti hanno annuito: finalmente il vero responsabile del fallimento della cordata Alitalia e del dolore al piede del presidente del Consiglio era stato trovato! Ma poi quel tale ha spiegato che stava facendo dell’ironia, che non si riferiva a Karl, il filosofo ed economista tedesco, ma a Groucho, l’attore comico americano. Qualcuno allora ha chiesto: “Ma cos’è l’ironia? Una nuova cordata per Alitalia?” e la cosa è stata lasciata cadere lì. Insomma, cerca che ti cerca, nessuna soluzione era a portata di mano. Il colpevole non si trovava. E improvvisamente non si trovano neppure i soldi per la cassa integrazione, che il Ministro Sacconi sino a qualche ora prima giurava e spergiurava pronti per “soccorrere” la compagnia costretta a liberarsi del personale in eccedenza. Si è sentita volare nell’aria la parola ricatto, ma dopo un po’ si è tornati ad occuparsi della unica cosa che interessa: trovare un colpevole, qualcuno su cui scaricare una delle più brutte figure che un governo abbia mai fatto in 60 anni (e sì che di governi di cialtroni e di pagliacci ne abbiamo avuti!). Perché a nessuno interessa, naturalmente, trovare una soluzione. Non interessava nel 2001, nel 2006, 3 mesi fa. Figuriamoci se interessa ora. L’importante è cercare un rassicurante colpevole. E alla fine, cercando bene, il colpevole si è trovato. Ovviamente lo ha trovato lo stesso Berlusconi, che non a caso è il capo dei capi. L’hanno sentito gridare “Ti ho trovato, finalmente!”. E tutti sono accorsi sulla porta del bagno, dove Berlusconi era andato a prendere un calmante. L’hanno visto tutti, il grande Silvio, puntare il dito contro lo specchio che rifletteva la sua immagine.
Buon tutto!

Che giornata memorabile, amici! Di quelle che, quando
Buon tutto!