
Sta per uscire uno scandalo che forse sarà il più grande della storia della Repubblica. Il terribile annuncio lo ha dato il premier Silvio Berlusconi parlando di intercettazioni in un comizio, riferendosi all'archivio di Gioacchino Genchi, consulente dell'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, titolare dell'inchiesta Why Not. Come spesso gli succede, il presidente Berlusconi ha ragione. Di fronte alla gravità di questi presunti tabulati in possesso dell’ex funzionario della Polizia, le stragi di Piazza Fontana e di Brescia, l’attentato alla Stazione di Bologna e il mistero di Ustica diventano bagatelle di quartiere: quisquilie, bazzecole, pinzillacchere. Ma chi volete che se importi delle connivenze tra Stato e terrorismo che insanguinarono gli anni ’70? Non parliamo poi di insignificanti sciocchezzuole come l’occupazione di mezza Italia (e forse pure dell’altra mezza) da parte di mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, che “fatturano” 90 miliardi di euro all’anno. E delle connivenze tra potere politico ed economico con queste mafie. Sono solo barzellette, buone per farsi una risata sorseggiando un caffè. Mentre è gravissimo ed inaccettabile che in Italia un sacco di gente sia sotto intercettazione. Secondo i sondaggi del proprietario di Mediaset sarebbero circa 12 miliardi di persone. E’ gravissimo, e la gente ha paura persino di parlare nei parchi pubblici: perché p chiaro che i nemici sono dappertutto. Ma Berlusconi non è abituato starsene con le mani in mano. E punta dritto alla fine delle intercettazioni. Perché possiamo tenerci la mafia, la camorra, la devastazione del territorio, le tangenti, la corruzione, i pedofili, il Grande Fratello e persino Maria de Filippi. Ma le intercettazioni proprio no. E' indispensabile una normativa più severa, bisogna fare le riforme, ripete ossessivamente Berlusconi da mesi ai suoi alleati, all'opposizione e anche al Quirinale. D’altronde, è innegabile che il problema della giustizia sia serissimo. Lo ha detto anche il ministro Alfano nella sua relazione sullo stato della Giustizia, snocciolando i dati su lentezze, inefficienze, ritardi dell'amministrazione della giustizia. Le riforme sono indispensabili. Per risolvere questi problemi, e rassicurare tutto il popolo italiano che resta con il fiato sospeso ecco pronto il rimedio: l'emendamento è pronto. Non quello sulle riforme dei codici e delle procedure, sull’innovazione nell'organizzazione della giustizia, sulle maggiori risorse umane e finanziarie. Ovviamente si faranno, ma dopo. Per ora, si risolve la vera grande emergenza, lo scandalo degli scandali: la riforma delle intercettazioni . La durata infinita dei processi, una maggiore equità per vittime dei reati e per gli imputati possono aspettare ancora un po’: 50 o 70 anni. La vita, si sa, è fatta di priorità. Quando finalmente si potrà mettere un argine allo scandalo, e le uniche intercettazioni possibili saranno quelle sui novantenni accompagnati dai genitori, tutta l’Italia degli onesti potrà tirare un respiro di sollievo. Sarà l’ennesima grande riforma di questo governo, che renderà più felici gli italiani, soprattutto la criminalità che potrà far crescere ancora il suo fatturato. E alleati, opposizione, insomma tutti applaudiranno il nostro adorato primo ministro, che ha sempre ragione. Pensandoci un momento, però, su una cosa, caro Silvio, hai torto. Perché è vero che le intercettazioni sono sicuramente un fatto gravissimo, un’emergenza nazionale, uno scandalo enorme, molto più grave delle stragi di Stato e della massiccia infiltrazione mafiosa nei partiti, istituzioni, economia. Ma non è il più grande scandalo della storia dell’Italia. C’è un altro scandalo ancora più grave: il fatto che tu sia il capo del governo di una delle più grandi nazioni del mondo, che molta gente non si accorga di che razza di persona tu sia, e del fatto che a te non c’è al momento nessuna alternativa credibile. Questo, caro Silvio, è uno scandalo davvero più grave di qualsiasi altro.
Buon tutto!

C’erano una volta i democristiani: Piccoli, Storti e Malfatti. Comandavano l’Italia con il pugno di latta nel guanto di lanetta. Fanfani, Rumor, Colombo: erano soldati e generali della Balena Bianca. Avevano occupato le istituzioni, le banche, le imprese pubbliche. Costruivano clientele e si mangiavano tutto. Infatti li chiamavamo i forchettoni. Poi arrivarono anche i socialisti e il confine della decenza fu solennemente varcato. Ma all’inizio degli anni ‘90, dalle brume nebbiose ed operose delle valli del Veneto e della Lombardia è arrivata la razza padana guidata dal suo leader Bossi: Umberto I, l’imperatore dei Celti. La musica da allora è cambiata. Via gli arrivisti, i corrotti, i lottizzatori, le clientele, la corsa alle poltrone, i posti assegnati a parenti e amici, tutti svaniti come la nebbia al sole. Basta con Roma ladrona. Basta, adesso tocca a noi! L’aria nuova s’è vista subito con la maxitangente Enimont per Umberto Bossi e Alessandro Patelli. Poi c’è stato l’antico rito celtico dello “scambio delle mogli“, quelle dei deputati Ballaman e Balocchi, assunte nei rispettivi staff a spese del contribuente. Poi l’infaticabile Corrado Callegari che da anni fa il doppio lavoro (e doppio stipendio, circa 30 mila euro mensili): parlamentare e di amministratore unico di Veneto Agricoltura. E poi l’aria si è fatta vento: parlamentari, amministratori locali, portaborse, bancari e banchieri, dirigenti Rai, amministratori Alitalia. Un vento impetuoso che ha spazzato via la nebbia da Malpensa, e che si è fatto uragano per l’Expo 2015. Il condottiero Umberto I alla conquista della Fiera di Milano. La presidenza della Fondazione Fiera, la vera cassaforte del gruppo, dove ora c’è Luigi Roth, un fedelissimo del Governatore Formigoni. Un democristiano, insomma. Mentre il condottiero lì vuole sieda un vero padano. Per questo ha fondato l’Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo. L’assessore regionale Davide Boni dice che serve a garantire che in Fiera le cose vadano tutte nel senso giusto: “Interverremo nei procedimenti di nomina degli amministratori: siamo un partito con una classe politica e amministrativa di tutto rispetto, è arrivato il momento di fare grandi cose”. Per fare grandi cose servono proprio dei veri padani: intelligenti, coraggiosi, fidati. L’Imperatore Umberto I dispone di uomini di indubbia intelligenza e di cui si fida come di se stesso: Maroni, Calderoli, Borghezio, Pippo, Pluto, Paperino. Altro che i forchettoni democristiani: gente così non si vedeva dai tempi di Franceschiello di Borbone. Ma lui guarda sempre avanti, lui è più oltre. Per l’Osservatorio ci vuole il meglio: uno con talento, classe, cultura. Un vero cavallo di razza padana, anzi un delfino, anzi una trota: suo figlio Renzo Bossi. Giovanissimo, ma già esperto e navigato: partecipa da tempo ai vertici ristretti a Palazzo Grazioli, fianco a fianco al padre e a Berlusconi. Le scelte fondamentali di quei vertici partono dal cervello di Renzo. E si vede. Insomma, Renzo Bossi, il piezz’ e’ core, il delfino, la trota dell’Imperatore Umberto I, ha le carte in regola, è uno dei più grandi geni padani. Uno più oltre, talmente più oltre che, come tutti i geni, non è compreso dai suoi contemporanei. Per questo, è stato bocciato alla maturità nel 2007 in un liceo di Varese. Per questo l’anno dopo si è ripresentato a Tradate, in un istituto religioso privato, con una tesina straordinaria su Carlo Cattaneo, in cui pare si sostenesse che Dio c’è e vota Lega, è stato bocciato una seconda volta all’esame di maturità, scatenando il ricorso al TAR del padre-imperatore e la sua ira funesta contro gli insegnati “terroni“. Ma siccome geni si nasce e trote si diventa, e i geni sono sempre incompresi, e infine non c’è due senza tre, Renzino è stato bocciato una terza volta. Ma questo non mette in discussione il suo indubbio valore. Renzo la maturità e l’esperienza ce l’ha nel sangue: la maturità del delfino (anche se con lo sguardo da trota) e quindi non gli servono esami. Anche perché, come dicono i suoi amici su Facebook, “Dopo il Tar la Corte di Cassazione. Nessuno è maturo fino alla sentenza definitiva“. E lui è il figlio del vento del nord che tutto cambia, il piezz ‘e core dell’imperatore Umberto I. Non è mica figlio di un forchettone democristiano: loro ai vertici con Kissinger, con Nenni o con Malagodi non portavano i figli, ma solo una forchetta nascosta sotto la giacca. Quindi Renzino, non ti curar di loro, ma guarda e passa (ricordati che non è un canto celtico, ma un passo della Divina Commedia). Vai all’Osservatorio, fai il tuo dovere di padano: vigila sulla futura maxi trota (pardon, torta) di appalti per l’Expo 2015. Pensa a Cattaneo, alla mamma e al futuro della Padania e dell’Italia. Non ti servono esami. E vedi di tenerti pronto: in barba a tutti gli invidiosi che ironizzano su di te, grazie alla logica meritocratica padana che spazza via la nebbia democristiana dalle valli del Veneto e della Lombardia, sei ormai maturo per diventare Presidente. Qualcosa si troverà. O forse ancora meglio: Ministro della Pubblica Istruzione.
Buon tutto!
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Il trasferimento del fuoriclasse brasiliano Ricardo Kakà dal Milan al Manchester City, accordo già scritto e firmato che prevedeva poco meno di 130 milioni di euro per il Milan e un ingaggio tra i 18-20 milioni di euro al giocatore (più un sacco di optional tra cui una poltrona in pelle umana), è improvvisamente saltato. Le nostra riservatissima fonte d’informazione, il tabaccaio di Ferro di Cavallo ce ne ha svelato i retroscena. Non si è trattato di una scelta dettata dal cuore, e neppure di un’indicazione del padreterno, come ha dichiarato lo stesso fuoriclasse brasiliano (dio, se c’è, dovrebbe avere qualcosa di meglio da fare). Si tratta invece di un’oscura trama di Gianfranco Fini e Giulio Tremonti che, quando Berlusconi ha detto che il suo successore non sarà uno di loro due, ma uno dei giovani di belle speranze del centro destra, hanno perso la testa. Perché è dura competere con geni politici come Mara Carfagna, Angelino Alfano e soprattutto Daniele Capezzone (quello attualmente in pole position). Così, in preda all’ira, Fini ha somministrato a Berlusconi un potente farmaco per bloccare l’evacuazione intestinale. A piccole dosi, giorno dopo giorno, durante le trattative che vedevano il nostro presidente trattare con il Manchester City per la cessione del calciatore brasiliano, il farmaco ha reso Berlusconi completamente stitico. Il povero Silvio era disperato, sembrava Massimo D’Alema costretto a sventolare una bandiera rossa: svogliato, depresso, gonfio come dopo un’iniezione di collagene al centro Messegué. E le conseguenze politiche della vicenda si facevano di ora in ora più drammatiche: i precari licenziati erano arrabbiatissimi: naturalmente, per la perdita del grande campione brasiliano. I leader della Lega nord gridavano al tradimento della Padania, in seguito a voci messe in giro ad arte da Fini su un imminente acquisto della Roma da parte di Berlusconi. Per fortuna 2 eroi hanno scoperto l’intrigo, preso le contromosse e sventato il complotto. Il primo è stato Emilio Fede che, mentre scodinzolava in un angolo, ha visto Fini allungare le mani sul bicchiere di Berlusconi e ha cominciato ad ringhiare finché il secondo, Gianni Letta, non si è accorto quello che Fini stava mettendo in quel bicchiere. Purtroppo però non era sufficiente: ormai il danno era fatto. Silvio sembrava bloccato per sempre, il Manchester aveva in tasca il cartellino del giocatore e i consensi del governo crollavano sotto il peso delle contestazioni di miliardi di operai cassintegrati, abilmente camuffati da tifosi del Milan. A quel punto Gianni Letta ha dato - da fine stratega politico qual è - il consiglio giusto a Berlusconi: “Presidente, si renda conto che non può restare a lungo senza Kakà. E per questo, deve fare uno sforzo”. Silvio, come si fosse svegliato da un incubo, ha cominciato sforzarsi come un ossesso: rantolava e sbuffava, come Roberto Calderoli in visita a Napoli. Niente da fare, e anche Gianni Letta sembrava rassegnato. Ma Emilio Fede è un uomo dalle mille risorse. Sfoderando la lingua come sa far lui ha lubrificato il deretano presidenziale, mentre Gianni Letta gli accarezzava amorevolmente il parrucchino dicendogli “Spinga! Presidente, Spinga! Forza, che ci siamo! Si vede già la testa! Forza, un ultimo sforzino!” E alla fine Berlusconi si è sbloccato: dal suo didietro presidenziale è finalmente fuoriuscito Giulio Tremonti proprio come mamma l’ha fatto. I due cattivi sono stati puniti come meritavano: a Fini è stato somministrato dell’ottimo olio di ricino (che a lui però piace perché gli ricorda la sua Giovinezza) mentre Tremonti è stato mandato a studiare una materia che non capisce, l’economia. Berlusconi aveva di nuovo ripreso Kakà, le contestazioni sono rientrate, i consensi hanno ripreso a salire. Kakà era salvo. Il Milan era salvo. Berlusconi è salvo. L’Italia va a rotoli, ma chissenefrega.
Buon tutto!
Un sorriso libero, libero come un uomo, al Signor G., che ieri avrebbe compiuto 70 anni.

Cari 36 piccoli lettori dello Scarabocchio…
Nel mondo in questi giorni stanno accadendo tante cose: alcune belle altre molto meno. C’è gente che ride, gente che piange. Gente che nasce e gente che muore. C’è chi chiude le finestre per ripararsi dal freddo e dalla pioggia che cade, e chi vede filtrare, oltre il vetro, guardando verso l’orizzonte, un timido raggio di sole. Tante cose si potrebbero dire. Barak Obama diventa Presidente degli Usa, dando a un pezzo di mondo una nuova frontiera e una nuova speranza, mentre a gaza, in Darfur, in Congo e in mille altri posti del mondo la gente continua a piangere, soffrire. Morire. Ieri, oggi, domani, non manca mai qualcosa che può farci riflettere di quanto avviene in questa pazza palla di fango e di cielo.
Oggi, però, noi non siamo qui per commentare – a modo nostro, in punta di piedi, cercando sempre di regalare un sorriso – qualche episodio si cronaca, di attualità e di politica. Si potrebbe dire qualcosa sul ddl sul Federalismo fiscale, o sulla vicenda Milan-Manchester City-Kakà. Lo faremo presto. Molto presto. Per la precisione, da lunedì. Oggi, per una volta, vogliamo solo ringraziarvi tutti dell’incredibile affetto che ci avete regalato in questi giorni, che per i Comicomix e il loro scarabocchio sono stati…i giorni dell’Angelo.
Insomma: Torniamo lunedì. Se vi va.
Buon tutto!

Il 2009 è stato un anno indimenticabile. Un anno che ci ha dato poco, è vero. Ma in compenso, ci ha tolto molto. Ne sono successe di cose, di cotte e di crude. A pensarci, non sembrano neppure accadute davvero. L’anno si è aperto il 20 gennaio, con un piccolo evento di provincia, l’insignificante insediamento del presidente USA Barak Obama, di cui l’unica cosa che si ricorda è l’assenza dell’unico grande protagonista della politica mondiale Silvio Berlusconi. Senz’altro più importante la nascita, il 27 marzo, del Partito delle Libertà, il PdL, seguita in tutto il mondo, Thaiti compresa. Un partito vero, con gruppi dirigenti scelti democraticamente. Come voluto fortissimamente da Fini, lo statuto infatti non prevedeva l’elezione del presidente Berlusconi per acclamazione. Silvio ha scelto - più sobriamente - di farsi solo incoronare imperatore. Anche se poi, sorprendendoci come solo lui sa fare, ha preferito direttamente autoincoronarsi. Nessuno può dimenticare la commozione e l’entusiasmo di quel giorno. Un entusiasmo mondiale, che si è fatto irrefrenabile quando la grande conferenza di pace del G20, riunitasi il 24 aprile alle Bahamas sotto la presidenza di Barak Obama e la regia di Hillary Clinton, ha impresso una clamorosa svolta alla definizione di un nuovo ordine mondiale. Dopo tanti discorsi e pacche sulle spalle, finalmente un comunicato che lanciava al mondo un grande messaggio, già entrato nella storia: “State buoni se potete“. Un successo il cui merito va soprattutto all’ Italia, come ha sottolineato il presidente Berlusconi. Successo non scalfito neppure dal piccolo incidente capitato al ministro degli esteri Franco Frattini, picchiato dalla polizia dell’isola perché scambiato per un maggiordomo dell’albergo intrufolatosi alla riunione plenaria, e che si è difeso dicendo: “I’m on holiday, I’m only a tourist”. Sono in vacanza, sono solo un turista. Un evento altrettanto indimenticabile è la fiaccolata che si è svolta il 13 maggio in Lombardia, a Gemonio, Varese, e giù giù fino alla Val Seriana, Val Trompia e Val Sabbia, organizzata dalla Lega nord con la partecipazione di 47 miliardi di lombardi per festeggiare il trionfo in parlamento della Legge Calderoli che ha approvato i principi generali del Federalismo Fiscale. Umberto Bossi aveva gli occhi pieni di lacrime mentre ha annunciato alla folla commossa che
Buon tutto!
E un buon 2009 ad un piccolo Angelo Comichino: Benvenuto, Raggio di sole!
Questo post è stato pubblicato anche su Giornalettismo. Giornalettismo che ha voluto anche per l’occasione regalarci questo dono prezioso:

Grazie a tutti!


L'economia italiana sta sprofondando in una recessione lunga e durissima, con un Pil che quest'anno diminuirà addirittura del 2% (dopo un -0,6% l'anno scorso). E la dinamica, potrebbe essere ancora più negativa se prendessero corpo i rischi di un ulteriore indebolimento dell'economia mondiale. Andranno male i consumi, che saranno stagnanti nonostante il crollo dell'inflazione e per le famiglie i problemi saranno aggravati dalla frenata delle retribuzioni e dai debiti sempre più pesanti. Questo dice
Buon tutto!