
Ecco, l’ha detto. Dario Franceschini ha fatto al popolo italiano la domanda delle domande: “Cari italiani e care italiane, voi fareste educare vostro figlio da Berlusconi?”. Una dichiarazione che ha scatenato un putiferio e diluvi di dichiarazioni risentite, a partire dai figli del presidente del Consiglio. Ma fermiamoci un momento a riflettere su quella domanda. Noi rispondiamo, senza problemi: “No, no, non o poi no!” Questa risposta non dipende dalla storia di un politico-imprenditore invecchiato, che a oltre 70 anni ha ancora (pochi) capelli neri in testa, che è rifatto dai lifting, che usa mettere il cerone come una ballerina di varietà e che ancora si intrattiene in modo non del tutto chiaro con ragazzine di 17 anni. Una vicenda che non si sa se fa più pena o schifo. Ma questo non è il punto. Il motivo per cui non faremmo mai educare i nostri figli a Silvio Berlusconi non dipende da questa vicenda comunque penosa, quale che sia la “verità”. Insomma, non perché Berlusconi sai un Belfagor travestito da politico. Ma per quello che Silvio Berlusconi rappresenta, la sua “idea” di Italia. La sua immagine di italiano che non sentiamo “nostra”. Un’Italia che preferisce l’apparenza alla sostanza. Un’Italia che confonde “la furbizia” con “l’intelligenza”. Che non conosce e riconosce i doveri, ma pretende diritti. E che pensa che il “diritto” sia un sinonimo di “favore”. Un’Italia che pensa che l’assistenza coincida con la carità, con l’elemosina. Che le avversità della vita siano sempre un complotto. L’idea che il prossimo, gli “altri, non siano esseri umani ma solo nemici. Un’Italia che ha l’idea che le donne siano corpi, veline e non persone. E che è profondamente convinta che sia giusto non pagare le tasse ma si lamenta se i servizi pubblici sono scadenti. E che fare la fila alla posta, dal medico, al casello dell’autostrada sia da fessi o sfigati. Un’Italia che ritiene che studiare sia più o meno una perdita di tempo, che l’unico metro che distingue un grand’uomo da un fallito sia il suo conto in banca, che si riempie la bocca di parole come merito e poi cerca la raccomandazione del parente o dell’amico. Un’Italia che predica in pubblico la virtù e pratica i vizi in privato. Per questo, e per molto altro, non faremmo educare i nostri figli da Berlusconi. Senza rancore, senza odio, semplicemente perché abbiamo scale di valori molto diverse. E siamo sicuri che questi valori sono condivisi da milioni e milioni di italiani ed italiane, e non solo da quelli che votano per i partiti di centrosinistra. Ma la domanda di Franceschini, che tanto ha offeso nel loro comprensibile affetto per il loro padre i figli di Berlusconi, è una domanda ingenua, oltre che mal posta. Lo capirebbe facilmente, se oltre che fare dichiarazioni e comizi per la campagna elettorale andasse a passeggio in questi giorni afosi per la città italiane. Scorgerebbe, dalle mille finestre delle case e dei palazzi, nei centri storici o nelle periferie, e anche nelle campagne, un’inconfondibile luce azzurrina. Milioni di luci azzurrine, in milioni di case. Milioni di famiglie placide, sedute in poltrona o sdraiate nel letto. A guardare
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“Io G. G. sono nato e vivo a Milano
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.”

Sono sempre i migliori che se ne vanno. Così il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, detto mister 65% per il consenso ottenuto alle elezioni regionali, si è dovuto arrendere. Ad un anno dal successo elettorale e dopo mesi di guerre senza quartiere all’Assembrea regionale siciliana, ha deciso di azzerare la giunta di centro destra che governava l’isola. “Non mi farò ghigliottinare come Maria Antonietta”, al culmine della guerra politica più violenta che un’isola da sempre amministrata da democristiani dai toni felpati abbia mai conosciuto. Una grande vittoria dell’opposizione, che può finalmente festeggiare. Si festeggia in casa Udc, nell’appartamento di Totò Cuffaro. E si festeggia anche a Roma, in altri palazzi. Ad esempio, in casa PdL. No, non ci è scappata una L. Grandi festeggiamenti si svolgono nelle felpate stanze di palazzo madama, nell’ufficio del presidente del Senato Renato Schifani, siciliano ed esponente di primo piano del centro destra. Lo stesso che governa
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Berlusconi stavolta ci sta sorprendendo. Abituati come siamo alle sue uscite estemporanee, alle sue “genialate” un po’ sopra le righe, che provvede sempre a smentire alla velocità della luce, non avevamo creduto alle sue chiacchiere alla prova del terremoto, scettici quando ha detto che una nuova L’Aquila sarebbe stata ricostruita in 28 mesi. E soprattutto, quando ha detto, a distanza di poche ore dalla scossa del 6 aprile: “Nella ricostruzione dell’Abruzzo non faremo come in passato”. Sì, eravamo un po’ esterrefatti: perché in passato ci sono stati casi indubbiamente da dimenticare, come la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia, ma anche esempi di successo: dalla ricostruzione del Friuli, che fu completata con successo in poco più di 10 anni e con la soddisfazione della popolazione, al caso più recente, quello della ricostruzione in Umbria e nelle Marche, pressoché completata in questi 10 anni con la messa in sicurezza di una zona ad alto rischio sismico. Il premier ha fatto grandi promesse: una ricostruzione veloce e al 100%, in cui le risorse sarebbero state trovate dal ministro Tremonti in modo rapido ed efficace, e soprattutto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani con nuove tasse. Ha sfidato tutti – compresi gli amministratori locali e le popolazioni, che non ha voluto neppure disturbare chiedendo il loro parere in proposito - con il suo sogno di una new town per l’Aquila. Pieni di pregiudizi quali siamo, abbiamo atteso il governo alla prova dei fatti, ma già sicuri che queste promesse sarebbero state smentite. Che anche Berlusconi, insomma, come era avvenuto nelle altre ricostruzioni, anche in quelle meglio riuscite, non sarebbe riuscito ad evitare i disagi, i problemi, le incongruenze, le difficoltà di un’attività complessa e difficile come la ricostruzione di un’area vastissima colpita da un grave sciame sismico. E invece, siamo qui a chiedere scusa al nostro premier, perche dobbiamo ricrederci. Berlusconi davvero non ha fatto come hanno fatto in passato. Ha stupito tutti con le sue profonde innovazioni. Nessuno tranne lui avrebbe mai pensato a spostare la sede del G8 a L’Aquila terremotata, sovrapponendo la difficile opera di gestione dell’emergenza post sisma e delle tendopoli con l’organizzazione di un evento che comporta attività logistiche, di sicurezza, di ordine pubblico abbastanza straordinarie, trasformando il terremoto in una straordinaria passerella mediatica. Per questo gli chiediamo scusa. Chiediamo scusa a Berlusconi perché effettivamente non era mai successo che un governo italiano, dopo un terremoto che ha lasciato senza una casa oltre 20 mila persone, varasse un decreto che passerà alla storia come il decreto abracadabra, in cui non era in origine garantita la ricostruzione del 100% della propria casa ma solo un contributo di 150 mila euro (ovviamente, senza tener conto che ci sono persone più ricche, o case più grandi, o situazioni più complesse). E che anche ora, dopo le correzioni fatte in parlamento, non sono previsti soldi per tantissime seconde case presenti in Abruzzo, che nei casi frequenti di condomini rischiano di bloccare la ricostruzione per anni in contenziosi tra proprietari vicini di casa, che forse non hanno i soldi per ricostruire la loro seconda casa in assenza di contributi.
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Ieri, durante l’Assemblea di Confindustria la presidente Emma Marcegaglia ha – seppur con doveroso stile “istituzionale” – fortemente criticato il governo Berlusconi perché, pur se forte di un grandissimo consenso popolare, non fa le fondamentali riforme (liberalizzazioni e pensioni in testa) che sarebbero necessarie sin da subito per superare la crisi. L’attentissima platea di imprenditori presenti ha applaudito la sua Presidente per queste parole, spellandosi le mani, assieme agli ex sindacalisti Bonanni ed Angeletti, i Mimì e Cocò del sindacato italiano. Silvio I di Arcore, chiamato così duramente in causa, non poteva stare zitto. D’altronde non ci riesce mai. E’ salito su un palco per un salutino veloce, ed ha parlato per 93 ore e mezzo. Ha attaccato i giudici di Milano, la magistratura e il potere giudiziario, dicendo che lo stato della giustizia penale in Italia è patologico. Ha definito
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In Italia c’è la crisi economica. Sono tempi di ristrettezze per tutti. E c’è pure stato il terribile terremoto in Abruzzo. Così, anche se siamo nel pieno di una infuocata campagna elettorale, il partito del popolo, il popolo della libertà, quello del nostro adorato e amato premier Silvio Berlusconi, ha deciso di condurre una campagna elettorale nel segno della sobrietà: niente manifesti 6 x 3, niente gadget costosi. Ma impegno e misura: parleranno i fatti di questo governo, è la linea dettata dal premier. Certo, che anche se siamo sobri, qualche cena, non per il piacere di mangiare, naturalmente: ci vuole sobrietà! – elettorale, di autofinanziamento, si può fare: come quella del 19 maggio in onore di Guido Podestà, candidato alla Provincia per PdL e Lega nord. Una cena tra amici, circa 60 commensali, nella suggestiva Villa Gemetto di Lesmo, in Brianza, a due passi da Arcore, che tra un mese ospiterà il G8 della scienza. Cena a cui ha partecipato anche Berlusconi per sostenere l’”amico Guido”. Un menù spartano: bufala, mozzarella, basilico, filetto in salsa di rosmarino, sformato di verdure e gelati. E sempre in nome della sobrietà, è stato richiesto a chi partecipava di regalare un modesto contributo: appena 50 mila euro a testa, in cambio dell’onore di cenare assieme a Silvio Berlusconi. Non possiamo negare una certa invidia, per i fortunatissimi commensali: gente di gran classe, come Diana Bracco, presidente della società di gestione dell’Expo 2015, Marcellino Gavio re delle autostrade, Desiderio Zoncada banchiere di dio, Norberto Achille, presidente delle ferrovie nord, Carlo de Albertiis di Assimpredil. E tanti altri, tutti in fila con il loro assegnetto, per aiutare la sobria campagna elettorale del sobrio Silvio Berlusconi e del suo concorrente, il sobrissimo Giulio Podestà. Tutti uniti per sconfiggere lo strapotere economico-finanziario di Filippo Penati, il presidente in carica, ex sindaco di Sesto S.Giovanni,
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(La vignetta è rielaborata a partire dalle locandine de “La grande abbuffata” di Marco Ferreri e di “Aggiungi un posto a tavola” di Garinei e Giovannini)

Gli italiani sono un popolo straordinario. Un popolo di santi, di navigatori e di poeti. Un popolo a cui piace divertirsi, stare in compagnia, fare bisboccia. Forse un po’ evasivi, ma si sa che nessuno è perfetto. Purtroppo la vita è fatta anche di cose tristi: cose come malattie, Berlusconi presidente del consiglio, bollette, vicini rompiscatole. E soprattutto, la cosa meno divertente di tutte: le tasse. Le tasse non mettono allegria. Non fanno cantare, né ballare. E non fanno ridere. E gli italiani (quelli che possono permetterselo, naturalmente) che vogliono essere sempre allegri, per non intristirsi troppo preferiscono non pagarle. Hanno scoperto che è facilissimo: basta dichiarare redditi da fame e continuare a girare in Ferrari o a navigare con i propri yacht. E tanto peggio per quelli, come i lavoratori dipendenti e i pensionati, che non possono concedersi neppure un momento di evasione: forse è proprio per questo che sono sempre così tristi. Ma tutti gli altri che possono, di fronte al logorio della vita moderna, evadono: dalle dichiarazioni dei redditi pubblicate dal Dipartimento delle Finanze risulta che i 40,7 milioni di contribuenti italiani dichiarano mediamente appena 18.324 euro, e un italiano su 3 dichiara meno di 10mila euro, mentre metà delle società è in rosso. Pagare le tasse era triste ieri, ed è ancora più triste oggi: gli ultimi dati diffusi dal ministero dell’economia e delle finanze dicono che tra gennaio e marzo 2009, al lordo delle una tantum, sono risultate inferiori di 4,1 miliardi di euro rispetto a quelle dello stesso periodo del 2008. Questa abitudine all’evasione è stata sempre attribuita, più che ai cittadini che dichiaravano guadagni irrisori e avevano patrimoni enormi, alla grave responsabilità delle autorità pubbliche. Politici che fanno leggi poco chiare e direttive che lasciano spazio ai trucchi utili a chi vuole evadere il logorio di pagare le tasse. Dirigenti dell’Agenzia delle entrate e generali della Guardia di finanza che si dimenticano di fare i controlli, o li fanno in modo un po’ “distratto”. Una convinzione si è rafforzata quando alcuni politici e tecnici hanno fatto norme anti elusione e anti evasione che hanno cominciato a produrre risultati, facendo registrare consistenti aumenti di gettito fiscale utili a migliorare i conti dello Stato, anche se purtroppo gli italiani, privati dei loro sacrosanti momenti di evasione, hanno cominciato a piangere, a disperarsi. Il sorriso è sparito dai loro volti, e alla prima occasione hanno cacciato questi guastafeste che avevano provocato l’aumento delle entrate fiscali. Perché questi fenomeni paranormali negli ultimi 15 anni sono avvenuti tra il1996 e il 2001 e poi tra il 2006 e il 2007. Per una curiosa coincidenza del destino, proprio negli anni in cui non era ministro Giulio Tremonti. Il dubbio che volendo anche in Italia - come succede in tutti i paesi del mondo, si possa contrastare l’evasione fiscale si è insinuato tra addetti a lavori e gente comune. E il povero e incolpevole ministro Tremonti è stato addirittura messo sotto accusa dai soliti guastafeste, assieme alle strutture che hanno il compito di far pagare le tasse e stanare gli evasori, per eccessivo lassismo contro gli evasori. E invece Tremonti e i suoi tecnici sono innocenti. Il mistero è stato svelato da una fonte autorevole, il direttore dell’Agenzia dell’Entrate Attilio Befera: gli italiani non pagano le tasse perché per loro è una cosa innata: ce l’hanno proprio nel DNA. Ha detto proprio così: “La necessità di pagare le imposte va spiegata fin dal momento in cui si è al primo impatto con la scuola, per provare a ridurre l’influenza di quel Dna che noi italiani ci portiamo dietro e che ci induce a non pagare le tasse“. Si, cari anici e care amiche: sin da bambini gli italiani hanno l’innato istinto ci cantare, suonare il mandolino, tirare il sasso e nascondere la mano facendo spallucce. Tutti degli adorabili mascalzoncelli, piccoli Berlusconi che crescono. E hanno l’innato istinto primordiale di non pagare le tasse. Non c’è niente da fare: é una cosa innata, come il sole e il mare. Chi fa pagare le tasse agli italiani compie un atto contro natura. Per questo anche
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Ha collaborato Mariangela Vaglio (Galatea)…Grazie!!!