E’ il 24 luglio del 1908 a Londra. Fa un caldo innaturale ed insolito per queste parti. Un uomo corre verso l’orizzonte. Si chiama Dorando Pietri. E’ solo, ha una maglietta bianca con il numero 19. Corre, e sente voci confuse gridargli qualcosa in una lingua incomprensibile. Dorando viene da un piccolo paese lontano, viene dall’Italia. E’ nato in Emilia e vive a Carpi. Un giorno, circa 4 anni fa, mentre serviva una cliente nel suo negozio di frutta e verdura, vide un uomo correre verso l’ignoto. Non si sa perché, ma Dorando si mise a seguire quell’uomo, che correva sulla strada. Lo seguì, correndo a perdifiato, con i polmoni che fanno male ed il cuore che batte violentemente nel petto, senza sapere dove andasse e perché. E da allora Dorando corre, corre a perdifiato per le strade dell’Italia e del mondo, corre più veloce del vento impetuoso delle sere d’inverno. Anche oggi, 2 ore e mezzo fa, è partito, assieme ad altri 59 uomini in maglietta e calzoncini, ognuno con il numero appuntato sul petto, davanti ad uno splendido castello, dove gli hanno spiegato vive la regina d’Inghilterra. Corre, Dorando, corre verso il traguardo, verso lo stadio di White City . E’ veloce e ha staccato tutti gli altri: i gallesi, il sudafricano, e quell’americano strafottente, che lo ha guardato alla partenza con aria di sfida e gli ha detto: “Poor italian! I’’ll win!”. Dorando è un po’confuso, stordito dal sole e dal caldo. Gli rimbalzano in testa le grida attutite delle gente attorno, ma continua a correre veloce, con il cuore che schizza in gola, passo dopo passo, metro dopo metro. Vede in lontananza lo stadio, il traguardo, la fine e la vittoria. Dorando corre ancora, ma è stanco, com’era stanco quel soldato greco, Fidippide, che molti secoli prima di lui correva verso Atene per annunciare la vittoria sui persiani a Maratona. E’ stanco, come quando alla fine della giornata passata al negozio di frutta tornava in fretta a casa, e incontrava decine e decine di uomini come lui, che andavano di corsa verso la loro sera, il riposo, la serenità. Corre, corre verso lo stadio, verso il traguardo, mentre le forze scivolano via, come scivolano veloci i giorni e le notti che corri controvento, senza senso e senza meta. E tutto s’annebbia, proprio all’ingresso dello stadio, e Dorando sbaglia strada, e lo fanno tornare indietro, e lui continua a correre sempre più esausto. Corre, come corrono tutti, verso l’infinito, piccoli punti sperduti nel tempo, che vanno a perdifiato verso quel traguardo lontano, quel punto verso l’orizzonte in cui la notte e il giorno si confondono. Ora Dorando è dentro lo stadio, sente l’urlo della folla lontano. Ora non corre più, barcolla, senza energie, come capita in certe giornate in cui il vento ti soffia più forte in faccia e hai solo voglia di sdraiarti e dormire, magari per l’eternità. Non ce la fa più, Dorando. Ma c’è chi lo aiuta, lo sostiene, lo sorregge, mentre i 75 mila dello stadio assistono impietriti in un assordante silenzio. Cade, ma lo tirano su, perché bisogna rialzarsi, correre, arrivare al traguardo. Vincere. Finalmente, Dorando spalanca gli occhi, esala un forte respiro, e passa il traguardo, stendendosi a terra, mentre tutti felici battono le mani. Dorando ha vinto. Quel piccolo uomo italiano ha corso più veloce di tutti. Ha vinto, e a nulla servirà l’invidia dell’americano sconfitto, che otterrà la squalifica di Dorando e prenderà la medaglia al suo posto. Tutta quella fatica, quella sofferenza, quel dolore nel petto non svaniranno nel nulla. No, Dorando ha vinto, anche se non gli daranno mai quella medaglia. Ha vinto come vincono i piccoli uomini: in silenzio, senza medaglie, tornando a casa, un giorno dopo l’altro, mentre la vita scivola silenziosamente verso il traguardo, verso la porta dell’infinito. Quel traguardo che Dorando ha varcato, a Sanremo, in una fredda notte di febbraio del 1942. E chissà se può ancora correre lassù, tra le nuvole, felice come in quella giornata di sole in cui si mise a inseguire il vento, in quei giorni di primavera in cui tutto sembra ancora poter accadere.
Buon tutto!
“To Pietri Dorando - In remembrance of the Marathon pace from Windsor to the Stadium - July. 24. 1908 - Queen Alexandra.”
Dedicato anche a Shizo Kanakuri, che corse la sua maratona mettendoci 54 anni, e ad Abebe Bikila,il più grande di tutti.