
Mi chiamo Estrella. Estrella Sanchez. Sono una bambina americana. Ho 11 anni, sono nata e vivo a New York. Oggi per me è un giorno speciale. Oggi è l’11 settembre del 2001. Oggi, come ogni anno, quando papà e mamma torneranno dal lavoro, andremo insieme alla Chiesa dove ricordiamo ogni anno mio nonno Hugo. Mio nonno Hugo era nato in un paese lontano da qui, il Cile, ed era venuto a New York, come tanti, in cerca di fortuna. Qui aveva avuto dei figli, tra cui Miguel, il mio papà. Io non l’ho mai conosciuto, mio nonno. Mio nonno era un ingegnere. Papà racconta che partì per il suo paese, il Cile, nel giugno del 1973. Il Cile, diceva, dopo tanti anni di buio, ha rialzato la testa. C’era un grande presidente, Salvador Allende, che aveva riportato la speranza. E mio nonno partì, anche se mia nonna gli diceva di stare attento, che il Cile è una terra bella e maledetta, non si sa mai. Papà ha raccontato tante volte che lo vide partire, in quella mattina di Giugno, dall’aeroporto, con le sue grandi mani che lo stringevano forte, gli facevano male. E non lo vide più, puf. Dissero che uscì di casa, la mattina dell’11 settembre del 1973, e sparì nel nulla. Missing, come diciamo noi in America, o Desaparecido, come dicono quei nostri parenti di Santiago del Cile che ogni tanto andiamo a trovare. Per questo il mio papà, che ride sempre dietro i suoi baffetti scuri, ogni 11 settembre, si sveglia cupo, e non ha voglia di andare a lavorare. Gli manca tanto quel padre che è sparito nel nulla, in quella mattina, senza che nessuno abbia mai spiegato dove sia finito, e perché. Papà si rabbuia se gli chiedo del nonno, e mi racconta che il nostro paese, l’America, gli USA, aiutò degli uomini cattivi vestiti da soldati a uccidere quel grande Presidente e tutti gli uomini che gli stavano dando una mano. Papà ama tanto il nostro paese, quest’America immensa e gioiosa, bella come lo zucchero filato che papà mi compra sempre quando andiamo al Luna park. Papà che ogni tanto è preoccupato perche il nostro presidente, quel George Bush, non è un grande presidente. Dice papà che non capisce nulla, che non fa nulla di buono, che parla troppo spesso di guerra e troppo poco di scuole e ospedali. Papà anche stamattina si è alzato di malumore, ha salutato tutti ed è andato al World Trade Center, lì, in quel bel posto di New York dove ci sono le due torri, le torri Gemelle, dove si trova il suo ufficio. Non è lontano da casa nostra, e molte volte, quando non vado a scuola, mi affaccio dalla finestra e le vedo dritte nel cielo, enormi e belle, indistruttibili come quest’America bambina che guarda il mondo come mio fratello Josè guarda il suo palloncino, quello che papà gli compra sempre quando fa i capricci al Luna Park. Ed io, che sto crescendo, penso a mio nonno, a come doveva essere bello, e forte – dalle foto sbiadite somiglia tutto al mio papà, con quei baffetti scuri – e di come è ingiusto sparire così, nel nulla, senza un perché, solo perché ci sono uomini nel mondo che gli piace giocare alla guerra, e accumulare denaro e potere. Uomini che non pensano alle scuole, e agli ospedali, e al bene della gente. Ma adesso si è fatto tardi, papà e mamma non tornano, a casa c’è mia zia che mi dice piangendo che uomini cattivi hanno attaccato la mia città, che non si sa cosa è successo bene. E presto sapremo che in questa bella mattina di sole, ora, come allora, un uomo che partiva da casa con in tasca i suoi sogni e un piccolo regalo per i suoi figli è sparito nel nulla, senza un perché, dissolto nel vento. E continuerà a vagare, senza un perché, ogni 11 settembre, ogni giorno dell’anno, fino a quando ci saranno uomini odiosi e senza cuore che escono di casa per spezzare i loro sogni, le loro speranze, le loro vite.
Dedicato a tutte le vittime di tutti gli 11 settembre, di tutti i giorni del calendario. Con l’ingenua speranza che venga davvero un giorno in cui ogni uomo possa uscire di casa certo di potervi tornare quando vuole.
Buon tutto.
